domenica 2 agosto 2015

Non possiamo continuare ad investire sulla riformabilita' dell'Europa. Intervento di Dino Greco.



La cosa più semplice, diretta e, purtroppo, definitiva l’ha detta Lucio Carracciolo (direttore di Limes), quando ha scritto che dopo l’accordo della capitolazione “la Grecia cessa di esistere come Stato indipendente”.

Non ancora nella forma, ma certo nella sostanza. “Restano i Greci”, ma espropriati di tutto: della giurisdizione politica, economica, sociale.
Ciò perché l’intesa ha il carattere, neppure dissimulato, di una resa senza condizioni.
E’ davvero come se il board dell’Ue fosse entrato ad Atene alla guida dei tanks col mandato di non fare prigionieri e il signor Schauble avesse infine messo il suo sigillo sull’occupazione sbattendo sulla bilancia la “spada di Brenno”.
Il congegno del diktat è concepito per prefigurare una colonizzazione stabile del paese, la sua trasformazione in un protettorato su cui veglia la resuscitata troika, i cui funzionari, prima ripudiati dal governo greco, torneranno come cani da guardia a controllare l’attuazione di ogni singolo punto dell’accordo, prima ancora che su di esso si pronunci (pletoricamente) il parlamento preso in ostaggio insieme al popolo di Grecia.
Evito di riassumere qui l’impressionante incalzare del diktat, i contenuti scolpiti nelle 7 pagine del nuovo memorandum. Alla condizione però che essi siano tenuti ben presenti. Perché c’è un antico vizio, nella sinistra, ed è la tendenza a rimuovere le sconfitte (in questo caso la drammatica materialità di quell’intesa) per “buttarla in politica” e assolversi dall’urgenza di una rielaborazione critica delle proprie tesi.
Di questa pessima abitudine ha in questi giorni libero corso una versione ancor più paradossale, quella secondo cui l’accordo è una tagliola talmente pesante da non potere essere applicata: dunque - sento dire - è come se non esistesse!
Invece l’accordo esiste eccome, come esistono i pretoriani (gli euroburocrati di Bruxelles e Berlino) che vegliano al minuto su ciascun atto legislativo al fine di garantirne la meticolosa applicazione.
Vorrei essere chiaro su un punto preliminare: la questione non si pone in termini di “tradimento”, scorciatoia fuorviante di ogni querelle che annega il dibattito a sinistra in un mare di inutili e autolesionistici insulti.
Tsipras non è Vidkun Quisling. Semmai è una figura tragica che i fatti rischiano di trasformare nell’esecutore testamentario del referendum.
Alla radice dell’esito del lungo braccio di ferro c’è un errore (fatale) di comprensione teorica della realtà dell’Unione europea, errore del quale la stessa sinistra radicale italiana divide la paternità.
L’errore è consistito (consiste?) nel ritenere che con la Commissione europea, con la Bce, con il Fmi sia possibile negoziare la fine (o almeno l’attenuazione) dell’austerity.
Un po’ come se una vittima dei “cravattari” si illudesse di potere concordare con i propri aguzzini la fine dell’usura.
Ricordo, per inciso, che quasi tutta la sinistra italiana aveva creduto che le dimissioni di Varoufakis, intervenute dopo la vittoria nel referendum e prima che se ne conoscessero le reali ragioni, potessero essere un viatico positivo per l’accordo, quasi che ad impedirlo fosse ormai soltanto un conflitto di caratteri fra i ministri delle finanze greco e tedesco!
Il fatto che non si dovrebbe mai dimenticare è che l’austerity non è altro che la principale missione politica delle classi dominanti europee (privatizzazione integrale, abolizione del welfare, deflazione salariale, concentrazione di potere e ricchezza, mercatismo assoluto, ecc.). E che l’architettura congegnata per rendere inespugnabile questo modo dell’accumulazione, dell’appropriazione privata, dell’estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro non può essere incrinata con il consenso dei suoi artefici che in quel caso vedrebbero messa in discussione la propria ragione di esistenza.
Non avere compreso l’irriducibilità del proprio antagonista ha fatto ritenere che la ragionevolezza delle proprie posizioni, il carattere manifestamente ingiusto e per giunta inefficace delle misure imposte sino ad allora alla Grecia potesse dischiudere la porta ad un’intesa positiva. Nulla di più illusorio.
La trattativa si è svolta su un binario a senso unico, con la dichiarazione condivisa che i trattati europei, a partire dalla moneta, non erano in discussione, e che l’accordo si sarebbe potuto raggiungere solo entro e non al di fuori del perimetro dato.
Poi, una volta scoperto che davanti c’era un muro invalicabile si è detto che la sproporzione nei rapporti di forza era talmente grande da non consentire un esito diverso e che la firma era obbligata.
Ma che i rapporti di forza fossero questi e non altri era ben noto a tutti sin dall’inizio, anche quando si davano per certe la fine dell’austerity e la sconfitta della troika.
E allora? Il fatto è che ad una ipotesi alternativa, ad un’altra via d’uscita, che mettesse in conto di non firmare la capitolazione anche a prezzo di subire l’uscita dall’euro non si è mai pensato, se non in chiave di tattica negoziale (Varoufakis), anch’essa rigettata dalla maggioranza della segreteria di Syriza.
La convinzione che non esistesse una via d’uscita ha fatto sì che la straripante vittoria dell’oki sia stata paradossalmente usata non per sfidare la troika, ma per rendere le armi, senza nulla più negoziare, sotto il ricatto della “grexit” brandito dalla Germania come una clava.
L’accordo (per usare le stesse parole con cui Tsipras commentò le proposte dell’Ue appena prima della resa) è “umiliazione e disastro”, un taglieggiamento dai contenuti violentemente recessivi, un percorso che conduce esattamente là dove la Grecia è stata portata dagli altri memorandum.
Un accordo che distrugge Syriza (o ne muta in radice la natura) perché il vulnus democratico inferto al partito è fortissimo e alquanto difficile da riassorbire.
E’ questo un fatto incontrovertibile che nessuna acrobazia dialettica può relativizzare: mentre la maggioranza del comitato centrale del partito (e non solo la sinistra) respingeva l’accordo il suo segretario andava da un’altra parte, costruendo una nuova maggioranza parlamentare necessaria per approvare l’intesa col voto decisivo degli oligarchi di Potami, dei corrotti del Pasok e della destra di Nuova democrazia.
Ma c’è di più: ora si sta spiegando che l’accordo fotocopia dei precedenti, contro i quali Syriza è nata, ha combattuto e vinto, lascia dischiusa una strada: quello che fino ad un giorno prima era considerato un obbrobrio indifendibile e una taglia insopportabile sul popolo greco diventa una “non sconfitta” che può rilanciare la lotta interna.
Il governo greco oggi simula un’autonomia che in realtà non gli è concessa.
Ecco, io credo che c’è una cosa peggiore del disfattismo ed è la capacità (di cui la sinistra italiana ha credenziali da master universitario) di trasformare le sconfitte in vittorie, il che equivale a non elaborarne e a non apprenderne la lezione, rimanendo prigionieri di una sorta di coazione a ripetere, a percorrere le strade di sempre anche se senza via d’uscita.
E allora?
Nei confronti di Syriza, di Tsipras, del popolo greco tutta la sinistra italiana ha un enorme debito di riconoscenza. Da soli, contro il moloch europeo, hanno saputo ribellarsi e mettere a nudo la violenza cieca del potere incardinato nelle istituzioni continentali, hanno disvelato la natura degli interessi che esso rappresenta mostrandone sino in fondo il carattere predatorio, hanno strappato le lenti deformanti con le quali certo progressismo aveva educato a guardare all’Europa.
Ma hanno anche dimostrato, a loro spese e a memoria di tutti, che quella immensa prova di coraggio e di generosità non basta, perché il meccanismo infernale che hanno combattuto pensando di piegarlo non è emendabile, non è riformabile dall’interno.
La questione di cui occorre prendere finalmente atto è che l’Ue, i trattati che ne formano l’ossatura e la moneta sono esattamente la stessa cosa, per concatenazione logica e simbolizzazione reciproca; e che l’euro è l’instrumentum regni, la tecnicalità monetaria di una politica socialmente reazionaria, di una inaudita oppressione di classe che trascina con sé una drammatica fuoriuscita dalla democrazia.
L’epilogo della vicenda greca dimostra che l’intera configurazione della formazione economico-sociale europea è una “gabbia d’acciaio” dalle cui maglie non si esce se non rompendola.
Vedo che cominciano a capirlo in molti: da Paul Krugman (che da quando se n’è convinto non scrive più su Repubblica) a Oskar Lafontaine, da James Galbraith a Stefano Fassina (che da quando si è affrancato dalla morsa del Pd dice persino cose sensate).
Ebbene, ho l’impressione che l’analisi materialistica della reale essenza dell’Ue noi fatichiamo ancora a compierla, per affidarci, nella pratica (che gramscianamente rivela il nostro reale ambito teorico) a pur generose illusioni volontaristiche.
E’ come se fossimo prigionieri di una sorta di blocco del pensiero, di conformistica adesione all’idea che fuori dall’euro non c’è che il disastro, la degenerazione nazionalistica, la caduta in un buco nero e un’inevitabile deriva reazionaria: anche noi, in certo qual modo, siamo succubi di un nostro “there is no alternative”.
Sicché nessun memorandum, neppure l’inevitabile avvitamento della crisi su se stessa, neppure la distruzione sempre più evidente di ogni aspetto della sovranità nazionale, sono riusciti a sciogliere in noi il timor panico per un’ipotesi che si configuri come vera rottura delle regole del gioco imposte dal capitale, per un salto di paradigma che non ci consegni sistematicamente alla sconfitta.
Eppure chi, se non i comunisti, dovrebbe essere capace di pensiero creativo, dunque “divergente”, tale da rompere continuamente gli schemi dell’esperienza e pensare il non già pensato.
L’elaborazione di una diversa proposta è oggi per noi (per l’esistenza stessa di una sinistra italiana) una necessità vitale. Altrimenti i già zoppicanti tentativi di rendere credibile e fare vivere l’Altra Europa e di immaginare “costituenti” della sinistra antiliberista nascono senza futuro, già con dentro inoculato il virus della dissoluzione.
L’Europa di cui abbiamo discusso sino a ieri e nelle cui coordinate si è mossa la nostra strategia è morta e sepolta. Continuare ad investire sulla sua riformabilità, alimentare questo equivoco significa condannarsi ad un suicidio politico che si compirebbe definitivamente con la firma del TTIP e con l’entrata in vigore del fiscal compact.
Diciamolo in questo modo: se la conclusione della partita greca viene considerata una “contingente necessità” siamo tutti in un cul de sac. Perché nessuno avrà la forza di provarci più.
Un’ultima considerazione su un tema che è spesso tornato nelle nostre discussioni.
Dovrebbe essere ormai chiaro (anche questo è un apprendimento da non buttare) che proprio questa Europa è la più feconda culla del peggior nazionalismo.
Come ha scritto recentemente Marco Bascetta, nella fase più dura dello scontro fra Grecia e Germania il giudizio ricorrente nella stampa tedesca era che il popolo greco è “naturalmente infido”, culturalmente “inquinante”, “moralmente riprovevole”, “parassita”, e – nei casi peggiori – “miscuglio bastardo di Slavi, Turchi e Albanesi”, “altro che età di Pericle”, dunque.
Siamo a pochi passi – ammoniva Bascetta – dal confine invalicabile della dottrina razziale.
Questa è l’altra non meno pericolosa faccia del nazionalismo: il revanscismo sciovinistico tedesco, il bozzolo reazionario coltivato nell’involucro dell’Ue, la costruzione stabile di una gerarchia inossidabile di Stati con in testa la Germania come dominus per vocazione da una parte e i subalterni per costrizione dall’altra.
C’è una strada stretta che noi dobbiamo percorrere. Quella che impone, ad ogni costo, il recupero di una sovranità nazionale da incardinare su una strategia di riunificazione e difesa del lavoro e su una nuova tessitura solidaristica capace di trascendere i confini nazionali per costruire, su una proposta finalmente chiara, una trama democratica che l’attuale assetto dei poteri europei impedisce in radice.
Si tratta, per dirla con le parole di Mimmo Porcaro, di elaborare un nazionalismo democratico, lavorista, solidarista e antirazzista, diametralmente opposto alle farneticazioni reazionarie di Salvini. Senza questo cimento temo che sarà il capataz leghista ad avere la meglio. L’uscita dall’euro prima o poi ci sarà comunque, per autocombustione, ma a quel punto non saremo certo noi a determinarne la direzione.

lunedì 29 giugno 2015

Il governo greco difende i tuoi interessi, per questo lo perseguitano!



Sulla vicenda della Grecia in Italia vi è una enorme disinformazione e giornali e telegiornali italiani raccontano un mucchio di menzogne. La storiella più diffusa è che i greci hanno fatto un mucchio di debiti e non vogliono pagarli, anzi chiedono agli altri paesi europei di continuare a prestargli i soldi senza poi restituirli. Secondo questa storia la Merkel è molto buona e li vuole aiutare ma loro sono truffaldini e mattacchioni e invece di cogliere le generose offerte dell’Unione Europea si mettono a fare casino e indicono un referendum che rischia di portare la Grecia fuori dall’Europa.

Questa storiella è falsa e i fatti sono i seguenti:

1) L’economia greca è stata distrutta dalle politiche di austerità imposte negli ultimi 5 anni dall’Unione Europea: avevano previsto una riduzione del PIL del 5% e c’è stata una riduzione del 25%. Questo disastro ha prodotto un impoverimento della popolazione e milioni di disoccupati.

2) Tsipras ha vinto le elezioni 5 mesi fa con la proposta di non accettare più queste politiche e per questo ha presentato un piano basato su proposte molto semplici: aumentare le tasse ai ricchi invece che tagliare le pensioni ai poveri e smetterla di regalare i soldi dei cittadini agli speculatori attraverso il debito gonfiato da interessi da usura.

3) Contro queste semplici ed efficaci proposte si sono scagliati gli amici dei banchieri e dei ricchi che comandano l’Unione Europea. Pur di impedire al governo greco di dimostrare che esiste una alternativa alle politiche di austerità, Merkel e i suoi servi come Renzi, preferiscono la rottura dell’Europa e il default della Grecia. Hitler invase la Grecia con i carri armati, la Merkel la vuole strozzare con il ricatto economico: dopo 75 anni cambiano gli strumenti ma non il fine di dominio.

La discussione tra il governo greco e l’Unione Europea non riguarda le cifre del bilancio – su questo non ci sono differenze – ma chi le deve pagare: i greci ricchi o quelli poveri? Gli speculatori e le banche o il popolo greco?

I padroni del vapore non vogliono che voi: il popolo italiano, francese, irlandese, spagnolo, portoghese, popoli che hanno beccato stangate su stangate, possiate anche solo pensare che è possibile fare in un altro modo. Non vogliono che voi abbiate un esempio che dimostri che per uscire dalla crisi invece che fare i sacrifici bisogna far pagare i ricchi e gli speculatori. Il governo greco viene perseguitato perché può essere un esempio per voi, può dimostrare che cambiare strada, che uscire dall’austerità, non solo è necessario ma è possibile.


BASTA CON L’AUSTERITA’ IN GRECIA COME IN ITALIA


W IL GOVERNO GRECO E ALEXIS TSIPRAS



Partito della Rifondazione Comunista www.rifondazione.it

UNA IGNOBILE MESSA IN SCENA



Si conclude oggi (25.giugno) al Senato nel modo peggiore (comunque prevedibile e previsto da chi conosce le logiche del Governo Renzi) l'itinerario parlamentare del Ddl sulla “buona scuola”. 
A metà luglio un breve passaggio alla Camera chiuderà l'ignobile messa in scena.
La mascalzonata del voto di fiducia taglia tutti i possibili emendamenti, imbavaglia il parlamento e cerca soprattutto di mettere davanti al fatto compiuto un movimento ampio e composito , quello che possiamo definire “per la difesa della scuola pubblica" che invece è di giorno in giorno cresciuto in modo direttamente proporzionale alla arroganza del Governo, alle pietose argomentazioni di Ministri e Ministre, all'ignobile ricatto cui sono stati sottoposti i precari, vero scudo umano di una contro riforma che porta a compimento le idee di Moratti, Gelmini e Aprea sulla scuola, aziendalizzata, impoverita dei poteri dei suoi protagonisti reali (docenti, studenti e genitori) messa nelle mani di un sol uomo, il preside menager.
La ferita di questo voto di fiducia è percepita in modo chiaro: una violazione della democrazia, della Costituzione, una sfida a un movimento che non considera questo passaggio come l'ultima spiaggia, una sconfitta su cui ripiegare, ma un motivo in più per attrezzarsi, per raccogliere forze e consensi, per prepararsi al dopo, alla lunga battaglia per la cancellazione di questa riforma con tutti gli strumenti che la Costituzione e le leggi ci danno e che il movimento democraticamente sceglierà.
La partecipazione costruttiva dei nostri compagni e delle nostre compagne, in particolare insegnanti e studenti, alle molte reti di movimento, associazioni, sindacati che in questi giorni animano la protesta e le manifestazioni è un fatto assodato e riconosciuto: la parola d'ordine è il ritiro del Ddl e l'assunzione dei precari.
Ma l'obiettivo del Partito della Rifondazione Comunista ora è lanciare una campagna di lungo periodo che segni e caratterizzi la nostra presenza e renda note le nostre posizioni, non solo nella critica al Ddl, ma rispetto alle proposte per qualificare e rilanciare la scuola della Repubblica dopo 20 anni di politiche neoliberiste.


giovedì 18 giugno 2015

Contro i ricatti di Renzi la mobilitazione continua

Con incredibile faccia di bronzo Renzi cerca di far ricadere su chi si oppone ai suoi progetti sulla scuola responsabilità che sono solo sue, del suo partito e del suo governo.
La minaccia di non dar luogo all'assunzione dei precari se non vengono ritirati gli emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato è un autentico ricatto che va rispedito al mittente.
Ancora una volta il Presidente del Consiglio dimostra la sua insofferenza verso i processi democratici e prova ad imporre al Parlamento l'asservimento al suo volere.
Per avvalorare la sua tesi non esita a diffondere bugie e mistificazioni di fronte alle quali è bene ricordare che:

1. i tempi tecnici per rendere possibili le assunzioni dal prossimo primo settembre sono stati già abbondantemente superati per il ritardo di due mesi con cui il governo ha presentato al Parlamento il suo DDL;

2. le 100.000 assunzioni annunciate sono un atto dovuto dopo la sentenza della corte di Giustizia europea, sono solo una parte del fabbisogno delle scuole e riguardano persone che già lavorano nella scuola e senza le quali le scuole stesse non potrebbero funzionare;

3. le Graduatorie ad esaurimento in cui sono inseriti i precari non sono elenchi di questuanti ma graduatorie concorsuali a tutti gli effetti cui si può accedere solo dopo un lungo, costoso e impegnativo percorso di qualificazione post-universitaria al quale, nella stragrande maggioranza dei casi, si affiancano anni e anni di insegnamento;

4.  non è vero che nella scuola si torna ad investire dopo anni di tagli: il documento di Economia e Finanza, varato dal Governo poche settimane fa, prevede che la spesa per l'istruzione in rapporto al PIL, già tra le più basse d'Europa, diminuisca nei prossimi anni di quasi mezzo punto percentuale pari a circa 7 miliardi di euro;

Quella di Renzi è in realtà una reazione arrogante alla sconfitta elettorale e alle difficoltà che gli ha creato il movimento di protesta della scuola. L'unica strada perrcorribile per dare risposta ai bisogni del sistema scolastico è quella dello stralcio delle assunzioni, della predisposizione di un piano pluriennale attraverso il quale coprire con personale stabile tutte le le cattedre e i posti privi di titolare e infine metter mano ad una vera riforma della scuola condivisa che cancelli le controriforme Moratti e Gelmini.

Al Presidente Renzi diamo un consiglio: stia sereno, la lotta il mondo della scuola non si ferma.


Vito Meloni
Responsabile nazionale scuola PRC-SE

lunedì 25 maggio 2015

Sulla "buona scuola" di Renzi

Per la prima volta dal suo insediamento, il Presidente del Consiglio Renzi è stato costretto a mutare i soliti toni arroganti di fronte a chi lo contesta.
Quel che sta avvenendo nel mondo della scuola rappresenta un fatto estremamente importante, non solo per il valore della posta in gioco, che riguarda principi costituzionali fondamentali, quali il diritto all’istruzione e la libertà di insegnamento,  ma anche perché segnala che nel Paese sta maturando qualcosa di nuovo, una capacità di opposizione e di alternativa che rappresenta una speranza per tutti noi.
Al modello neo-autoritario di scuola e di società proposto da Renzi e dal suo partito-governo, è possibile proporne un altro, che nasce dal basso e su basi completamente diverse, lo dimostrano i fatti e le mobilitazioni di queste settimane.
Utilizzando in maniera assai disinvolta il regolamento delle Camere con trucchi alle regole, Il PD sta cercando in tutti i modi di far passare in Parlamento il suo DDL, quello della cosiddetta “Buona Scuola, fondato sulla centralità della figura del Preside-manager, che assumerebbe all’interno del proprio Istituto, i poteri  ed  il ruolo tipico del dirigente di una azienda. Aziendalistici sono pure  i criteri di gestione ai quali si ispira tutto il DDL, criteri che distruggerebbero completamente  il clima di collaborazione tra docenti ed i fondamenti di collegialità e di libertà, indispensabili per un processo di insegnamento e di apprendimento di qualità ed efficace a formare cittadini.
In contrapposizione a questa idea di scuola, però, gli insegnanti ed il personale ATA, sostenuti da un buon numero di studenti,  si sono mobilitati in tutto il Paese. Una mobilitazione vasta ed unitaria come non se ne vedevano da molti anni. Una mobilitazione per difendere i diritti e la  dignità di chi lavora nella scuola e che ha un valore generale. Fermare il DDL della buona scuola è possibile, come dimostra il diverso atteggiamento di Renzi, che non urla più che i sindacati non rappresentano nessuno ma che ora tenta di dividere il fronte sindacale e la categoria.
La mobilitazione deve continuare in maniera forte ed unitaria fino al ritiro del DDL, senza cedimenti né compromessi; essa, infatti, non è  solo una questione di natura sindacale ma l’unico mezzo con cui fare passare chiaramente il messaggio sulle finalità e sugli  obiettivi che il DL prospett, allargando l’alleanza agli altri lavoratori, ai genitori, agli studenti.
E’ infatti con gli scioperi e le altre iniziative che si puo’ tenere aperta una prospettiva per una idea alternativa di scuola e di società che è possibile, e può nascere dal basso, dalla pratica quotidiana di chi ha a cuore il proprio lavoro e lotta per difenderne la qualità ed il senso. Una alternativa come quella  contenuta nei principi della Legge di iniziativa popolare (LIP) sul cui testo furono raccolte  tantissime firme anche nel nostro territorio, nel 2006, e che questo Governo, come quelli che l’hanno preceduto finge di ignorare .
Certamente anche la scadenza elettorale può rappresentare una occasione per mandare un segnale forte, perciò  alle elezioni regionali in Veneto è importante scegliere una lista chiaramente alternativa a chi ci governa, sia in Regione che nel Paese, sia alla Lega che al PD, entrambi , su questo aspetto come su tanti altri,  con  una sostanziale identità di posizione, mascherata (e malamente) solo in campagna elettorale.
Un voto per “l’Altro Veneto-Ora possiamo” e per Laura di Lucia Colletti, candidata alla Presidenza della Regione, una insegnante impegnata ogni giorno e da sempre nella difesa della qualità della scuola pubblica.
Con il voto e con la mobilitazione dalla scuola può venire un segnale di cambiamento per tutto il Paese.

Roberto Fogagnoli  segretario PRC Vicenza - Claudia Rancati responsabile scuola PRC Vicenza